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Sentenza Cassazione civile 15-01-2003 n. 487, sez. III

Assicurazione terzietà del coniuge conducente

Data

20/05/2003

Estremi

Sentenza Cassazione Civile 15-01-2003, n. 487, Sez. III

Sintesi

Assicurazione e terzietà del coniuge conducente

Massima

Assicurazione. Fonte: Ipsoa: http://www.ipsoa.it/lalegge

ews/N20030327M20030327-072.asp# assicurazioni private

Testo

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione (16/20 gennaio 1992) A. B. ha convenuto in giudizio, dinanzi al Tribunale di Reggio Emilia, il marito P. I., nella veste di proprietario conducente, e l'impresa assicuratrice A. spa, per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni alla persona, riportati in occasione dell'uscita di strada dell'autovettura, avvenuta il 24 giugno 1990.

Si costituì la sola impresa assicuratrice ed eccepì che l'incidente era avvenuto prima della dichiarazione d'incostituzionalità dell'art. 4 lett. b. della legge 1969 n. 990, avvenuta con la sentenza 2 maggio 1991 n. 188, con conseguente difetto della propria legittimazione passiva non essendo il rischio coperto dalla polizza. Istruita la lite, il Tribunale di Reggio Emilia con sentenza pubblicata il giorno 8 gennaio 1986, accoglieva la domanda attrice e condannava i convenuti, in solido, al risarcimento dei danni oltre interessi e rivalutazione (v. amplius in dispositivo). La decisione del tribunale si fondava sull'accertamento della responsabilità del conducente e della proprietà esclusiva e per uso personale del mezzo a lui intestato, nonché sull'efficacia retroattiva, per i rapporti in corso, della citata pronuncia della Corte Costituzionale.

Avverso la decisione proponeva appello l'impresa assicuratrice, restava contumace il P., resisteva la danneggiata chiedendo il rigetto del gravame.

Con sentenza depositata il 2 novembre 1998, la Corte di appello di Bologna così decideva: accoglie l'appello dell'A., rigetta la domanda proposta dall'A. e la condanna alla rifusione delle spese dei due gradi del giudizio. Contro la decisione ricorre l'A. con unico ma articolato motivo di gravame, resiste l'A. con cotroricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso non merita accoglimento per le seguenti considerazioni.

Nel primo motivo si deduce l'error iuris per la violazione dell'art. 179 lettera c) del codice civile, per avere, il giudice dell'appello, posto a fondamento della decisione, il fatto che l'autovettura coinvolta nell'incidente, pur figurando di proprietà esclusiva del marito della A., per legge doveva essere considerata come bene comune, appartenente al regime della comunione legale (che risultava dal prodotto certificato di matrimonio).

La censura, abilmente proposta dal ricorrente, è che "la riforma dell'accertamento di merito, fatta dal tribunale, non avviene sul piano dei fatti, ma si pone con un rango di inferenza giuridica astratta (il nesso fra la personalità dell'uso e la destinazione) che opera su un piano di legittimità categoriale senza un nuovo accertamento del fatto o di connotazione dello stesso".

In senso contrario si osserva come sia apodittica proprio la tesi dell'inferenza giuridica astratta imputata come errore logico giuridico : la Corte del riesame (ff 7/8 della motivazione) ribalta la valutazione in fatto, compiuta dai primi giudici, ritenendo NON superata la presunzione del regime di comunione dei beni in relazione alla mancata dimostrazione dell'uso strettamente personale. I fatti dedotti per dimostrare tale uso personale, sono stati analiticamente e criticamente esaminati: è stato ritenuto non decisivo il fatto che la moglie non fosse abilitata alla guida, poiché ben poteva il marito, che disponeva della patente, provvedere al trasporto ma nel comune interesse familiare, non decisiva l'intestazione al marito dell'auto nei registri del P.R.A., non risultando che i danari per lo acquisto appartenessero ad un peculio personale del marito e che il mezzo fosse destinato esclusivamente alle necessità di costui, peraltro pensionato.

La valutazione del giudice di appello è dunque avvenuta in concreto e sul fatto, pur assumendo la situazione accertata sotto la fattispecie astratta della norma sul regime della comunione dei beni, e tale valutazione, corretta in fatto ed in diritto, è incensurabile in questa sede, in quanto corretta e congruamente motivata.

Nel secondo motivo si deduce l'error in iudicando ed il vizio della motivazione, sul rilievo che la sentenza della Corte Costituzionale 2 maggio 1991 n. 1888, che ha dichiarato l'incostituzionalità dell'art. 4 lett. b. della legge 1969 n. 990 (nella formulazione antecedente alla modifica legislativa apportata dall'art. 28 della legge 19 febbraio 1992 n.

142) riverbera i suoi effetti anche per la situazione descritta nella lettera a). Si deduce l'error iuris per avere il giudice di merito considerato il coniuge trasportato come escluso dai benefici della mallevaria assicurativa della responsabilità civile in quanto presunto comproprietario dell'autovettura, oggetto del contratto di assicurazione. Si cita anche una decisione evolutiva del Tribunale di Roma (sent. 24 dicembre 1996 n 18612) che estende anche al coniuge comproprietario di diritto il risarcimento, ritenendo valida nei suoi confronti, ma nei limiti della metà, la assicurazione stipulata dal contitolare del diritto sull'autovettura.

Anche questo motivo non può trovare accoglimento, dovendosi condividere le risposte date dalla Corte Costituzionale (in tre arresti: 1996/301, 1997/76 e 2000/61) e da questa Corte nel precedente specifico di cui alla sentenza n.1292 del 6 febbraio 1998.

Le decisioni sopracitate contengono tre puntualizzazioni: a) in primo luogo è stato rilevato che la decisione della Corte Costituzionale n. 288 del 1991 ha considerato il testo dell'art. 4 lettera b) (come emendato nel 1977 ma anteriore alla riforma del 1992) e non il testo della lettera a); non è dunque tecnicamente possibile estendere l'oggetto della statuizione della Consulta ad una diversa fattispecie o situazione giuridica.

b) In secondo luogo è stato rilevato che il testo dell'art. 4, vigente all'epoca del fatto (giugno 1990) nella lettera a) escludeva dalla copertura assicurativa "tutti coloro la cui responsabilità deve essere coperta dall'assicurazione" con un chiaro riferimento ai soggetti di cui al terzo comma dell'art. 2054 c.c.; tale testo peraltro contrastava con la direttiva CEE n. 84 del 30 dicembre 1983, ma tale direttiva se vincolava lo Stato alla emanazione di una legge di conformazione, non rendeva incostituzionale la legislazione vigente, né aveva effetti abrogativi della medesima; non sussisteva inoltre l'incostituzionalità sotto il profilo discriminatorio, per la ragione che la norma dello art. 4, con il suo riferimento alla norma sulla responsabilità civile da circolazione e sulla solidarietà dei soggetti di cui al terzo comma dello art. 2054 c.c., individuava i soggetti resi responsabili, ope legis, del danno da circolazione, e per ciò il proprietario o il comproprietario, oltre che il conducente autore del fatto dannoso. Pertanto ricadendo la posizione del coniuge comproprietario in tale situazione, il beneficio dell'assicurazione obbligatoria gli veniva dalla legge, negato, per una ragione sostanziale. Quella della sovrapposizione della qualità di danneggiante e danneggiato, sovrapposizione che impediva il ristoro del danno da parte dell'assicuratore, ma non certo da parte del soggetto responsabile (il coniuge conducente): tale scelta legislativa, ancorché retriva e antieuropea, era tuttavia espressione di una ragionevole discrezionalità legislativa e non violava i precetti costituzionali relativi al divieto di discrimine (art. 3) ed alla mancata tutela, in sede civile, del diritto alla salute (artt. 2, 3, 32 Cost.), infatti la possibilità dedl risarcimento sussisteva a carico del danneggiante o del responsabile civile, anche se legato da un vincolo di coniugio.

c) Infine, con un terzo argomento, si osserva che la riforma dell'art. 4 in esame, da parte della legge 1992 n. 142, che finalmente realizza le direttive europee 84/5 e 232/1990, estendendo la tutela del danno alle persone, con la esclusione del conducente del veicolo responsabile del sinistro (che non è terzo ma soggetto civilmente responsabile a titolo di illecito) non poteva avere effetto retroattivo, sicché la evoluzione legislativa non poteva essere considerata ex post, come terzo termine di paragone (tertium paragonis) ai fini della interpretazione del testo vigente della lettera a), prima dell'effetto innovativo. In altri termini essendo il giudice vincolato dalla chiara lettera della legge, poteva denunciarne l'incostituzionalità, ma non poteva disapplicarla o interpretarla con intenti creativi o abrogativi. Ma l'incostituzionalità, per le ragioni dette, non appariva fondata.

d) Non è dunque esatta la tesi del ricorrente secondo cui "la falsa applicazione dell'art. 4 della legge 990/1969, da parte della sentenza gravata, si manifesta nel rifiuto di regolare la fattispecie dedotta in giudizio secondo il nuovo ordine normativo risultante dalla pronuncia della Consulta" proprio perché la sentenza della Corte Costituzionale n. 188 del 1991 non è a carattere additivo, ma caducativo, e non è suscettibile di interpretazione estensiva.

e) Viene da ultimo in esame la proposta di una equità "constituta", adottata dal Tribunale romano e da altri giudici di merito: i tribunali, correggendo il discrimine creato dal diritto positivo, hanno considerato la responsabilità del coniuge comproprietario come responsabilità pro quota, al 50%, e poiché questi assumeva anche la qualità di terzo trasportato, hanno concluso riconoscendogli il diritto di essere risarcito pro quota per la metà. A questa originale proposta ermeneutica si deve replicare che essa è certamente equitativa, ma contra legem. Occorre infatti distinguere tra il regime anteriore alla riforma del 1992 ed il regime successivo: .per il regime anteriore, sia vigente il testo originario dell'art. 4 della legge 1969/990, sia quello successivamente novellato dalla legge 1977 n.

39, la posizione del coniuge in regime di comproprietà ricadeva nel terzo comma dell'art.

2054 richiamato dalla norma speciale sulla circolazione. Ma la comunione dei beni tra i coniugi è pro indiviso, il diritto di ciascuno investe l'intera cosa o l'intera titolarità soggettiva, ove non si tratti di diritto reale. (argom. da artt. 177, 180, 186 c.c. tra di loro correlati e v. Cass. 16 dicembre 1993 n 12439 e Cass. 6 febbraio 1998 n.1292). La riforma del regime familiare è stata introdotta dalla legge 19 maggio 1975 n. 151 e pertanto le norme sulla comunione legale rendevano il coniuge comproprietario ancorché trasportato sul proprio mezzo, essendo alla guida l'altro coniuge comproprietario, titolare per l'intero e della proprietà del mezzo e della obbligazione aquiliana risarcitoria (art. 2043 c,c.) quale soggetto solidale responsabile ai sensi del terzo comma del citato art. 2054.

Conseguentemente la correlazione tra l'art. 4 della legge 1969/990 ed il terzo comma dell'art. 2054 impedisce la configurazione di una responsabilità pro quota e la possibilità di un risarcimento anche parziale del danno. Una diversa lettura interpretativa è, per le ragioni dette, contra legem. .. Per il regime riformato dalla novellazione del 1992 (art: 28 L.

1992 n. 142) in relazione ai danni alla persona (danno biologico e danno morale, secondo Cass. 21 febbraio 2002 n. 20539) la posizione del coniuge trasportato è quella di terzo, coperto dall'assicurazione. Pertanto il risarcimento del danno, pur nei limiti del massimale, gli compete nei confronti dell'assicuratore, per l'intero, così come per l'intero è la responsabilità del conducente ancorché coniuge. In conclusione la soluzione proposta dai giudici del merito è giuridicamente insostenibile sia per l'antico che per il nuovo regime (novellato nel 1992) dell'art. 4 della legge 1969/990. Il ricorso per le esposte considerazioni deve essere rigettato. La particolare natura delle questioni esaminate giustifica la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e compensa tra le parti costituite le spese di questo giudizio di cassazione.

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